Da “Il Manifesto”
di BENEDETTO VECCHI
“Don’t hate the media, become the media”. E’ lo slogan alla base dell’esperienza di Indymedia, divenuto in pochi tempo l’indicazione politica di tutto il “movimento dei movimenti”. Proliferazione di fanzine, riviste, siti Internet, newsletter, rilancio delle radio “alternative”, sperimentazioni di tv e radio satellitari: è quanto hanno messo in campo i mediattivisti da Seattle in poi. E se a Genova le centinaia, se non migliaia videocamere hanno documentato la repressione da parte delle forze dell’ordine, a Firenze è stato cercato di fare un ulteriore passo in avanti. Mossi dalla convinzione che i “saperi e le competenze” debbano essere messi in comune, gli organizzatori del Forum sociale europeo hanno pensato che a costruire il media center ci pensassero le figure più note del mondo hacker italiano. E così è stato. Un centinaio di computer messi in rete: un terzo avevano installati programmi sottoposti a copyright, il restante settantacinque per cento metteva in bella mostra Linux, il software no-copyright che consentiva di condividere, in un’”area comune”, articoli, foto, riprese, documenti. E faceva un certo effetto vedere giornalisti free-lance e attivisti seduti l’uno accanto all’altro e discutere apertamente su come raccontare un workshop o scambiarsi informazioni.
E’ stato giustamente scritto che la molteplicità è una delle caratteristiche del “movimento dei movimenti”. E infatti più che un media, a Firenze ci sono stati tanti media, compresa la stampa del social press, il giornale ufficiale del forum sociale europeo.
Partiamo dalla riunione tra una quarantina di riviste europe: periodici con anni alle spalle di studi, analisi sulgli effetti della globalizzazione capitalista. Riviste quasi sempre prodotte con pochissime risorse, facendo leva sull’apporto volontario di chi ci scriveva. Durante l’incontro, patrocinato dalla italiana DeriveApprodi, è stata però lanciata la proposta di dare continuità a una rete europea, con scambi di materiale per arricchire la mappa del “movimento globale” e per approfondire temi che rappresentano una scommessa politica: i migranti, il lavoro precario, il rapporto tra Nord e Sud del mondo, l’Europa come spazio politico del movimento (Ne parleremo nei prossimi giorni, n.dr.). Insomma, un’agorà di discussione e di elaborazione politica in simbiosi con il “movimento dei movimenti”.
Ma se la “produzione cartacea” è costellata di riviste, giornaletti autoprodotti, per le radio la strada da perseguire è quella di Radio Gap, il progetto di alcune radio alternative e comunitarie che ha avuto il battesimo a Genova e che a Firenze ha invece fatto la diretta del forum sociale europeo.
Diverso è il caso di Hub e del Global project. E se Hub ha puntato a produrre una tv e un laboratorio di discussione sulle “forme di lotta” (il manifesto del 7/11/2002), il progetto sulla comunicazione dei “Disobbedienti” prevedeva una televione e una radio satellitare, nonché il Global magazine, un mensile prodotto da disobbedienti e non che ha l’obiettivo di “mettere in relazione realtà di movimento, operatori dell’informazione e intellettuali eterodossi”. Usciti dalla Cascine, chi ha partecipato a questa esperienza vuol dare continuità al progetto a livello locale. Infine c’è Carta, il settimanale da sempre del movimento che ha contribuito non poco alla costruzione del media center e che alla Fortezza da basso ha messo a disposizione il proprio sito web per informare sulle attività del forum sociale europo.
E’ un elenco di certo impreciso, perché la proliferazione è un fenomeno spesso difficile da radiografare. Ma una cosa è sicura: la scelta del movimento dei movimenti di sperimentare media propri ha costretto i media tradizionali a misurarsi su questo terreno. Dal confronto, i giornali e le tv “tradizionali” non ne sono usciti molto bene. Nella stragrande maggioranza hanno gridato “al lupo, al lupo”. Ma a Firenze è accaduto altro: ha semplicemente preso corpo quell’invito a don’t hate the media, become the media.
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