Articolo tratto da “Il Giornale” edizione Toscana

L’ombra dei no-global arriva anche nei sottoscala e nei garage. Fin laggiù
si insinua la protesta. Sta nelle mani di alcuni ragazzi che compiono
“miracoli-on-line”.
Sono gli hacker no-global, quelli che non si fanno sentire (né vedere) alla
Fortezza da Basso, ma hanno in mano la Rete. Con i portatili collegati alle
linee telefoniche veloci, quelle che gli altri esseri umani usano solo per
scaricare la posta elettronica, fanno correre i loro terribili input.
Combattono una guerra silenziosa che parte da uno schermo, finisce
sottoterra e riaffiora in modo irrimediabile nei sistemi “globalizzati”
riducendoli in brandelli.

Come in una specie di war games vogliono dimostrare che la loro guerra non
si combatte solo con i proiettili. Un “assalto” on line fa molti più danni
di Casarini ai tempi d’oro.

La loro identità è segreta. Conoscerli è difficile, incontrarli impossibile.
Eppure partecipano anche loro al Social Forum, lo fanno in silenzio senza
musica né bicchieri di vino. Ascoltano solo il ticchettio delòla tastiera
dove le loro dita corrono a una velocità incalcolabile. Eppure fanno parte
di un corteo (virtuale) che nessun agente di polizia, neppure il più
esperto, riesce a controllare. Sono una generazione cresciuta con Bill
Gates.

I loro genitori si preoccupano solo perché trascorrono le loro giornate
chiusi nella cameretta davanti allo schermo, ma non si chiedono cosa stanno
facendo. Li nutrono con spaghetti e filetti di vitella, li fanno crescere
con sani principi e poi lasciano loro la protesi di 101 tasti. Dormono con
gli orsachiotti di pelouche e sognano di creare un sistema operativo capace
di sconfiggere il monopolio di Microsoft. In realtà queste famiglie tengono
in casa dei “mostri”, si fa per dire, dell’informatica, dei geni a volte
incompresi che hanno in mano il XX secolo.

Loro non sono scalmanati, loro non lanciano sanpietrini contro i negozi
“global” né gridano “polizia assassina”. Sono “topi” online e basta.

Sono gli idealisti del web, i militari di una guerra virtuale. Ma non per
questo meno agguerrita delle altre. Non seguono l’ala dura dei no-global,
che non salda il conto al ristorante, e non pagano caffé e brioche. Sono
indifesi come bambini quando non hanno il loro pc tra le mani. E hanno lo
sguardo smarrito quando si allontanano da un Internet Point. Senza la loro
arma virtuale sono innocui. Però vivono e si eccitano violando sistemi
protetti, tenendo in mano banche oppure amministrazioni. Sono hacker e fanno
paura perché con un virus ti inchiodano il sistema e con una mail fanno
danni incalcolabili. E contribuiscono a bassa voce alla causa no-global.

Qualcuno di loro si è concesso una divagazione alla Fortezza da Basso: pochi
minuti però. Il loro compito è un altro: nel loro rifugio, a prova di
Polposta, danno sfogo all’innato istinto informatico. Passano da Windows a
Linux, sfondano barriere virtuali create da “poveri ingenui” pagati dalle
ditte per creare sofisticati programmi che però non hanno neppure bisogno
della password per entrare. Quello dell’hacker è una vocazione, un istinto
irrefrenabile di sfidare chiunque ti si para davanti nel web.

Sono okkupazioni on-line. Ed è anche un utile strumento per conoscere i
progetti di altri poveri disgraziati che confidano i loro segreti a quella
maledetta scatola di latta. Polizia compresa.

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